Massimo Antonelli

 

 

 

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Intervista a cura di Laura Turco Liveri

Massimo Antonelli, classe 1942, nato a?

Nato in Africa, ad Asmara, in tempo di guerra; mio padre era funzionario del Banco di Roma, mia madre una casalinga "comica" molto simpatica. A due anni abitavo già a Campobasso con la famiglia.

Da ragazzo dipingevi; come ti sei accostato alla pittura?

Ho iniziato a circa quattordici anni, per solitudine, nella campagna che si raggiungeva solo a dorso di mulo dove mio nonno paterno si era ritirato ad allevare e studiare le abitudini delle api. L'estate mi scaricavano lì e nello studio del nonno ho scoperto la cassetta di colori lasciata dallo zio, Cesare Antonelli, architetto e pittore. Quattro, cinque tubetti di colore ad olio e pennelli: innamorato del colore ho cominciato a imitare i progetti dello zio e i suoi bozzetti della campagna. Madre spirituale è stata invece per me, verso i diciassette, Gilda Panziotti, pittrice della Scapigliatura milanese e zia acquisita dalla quale ho appreso la figura umana: brava ritrattista e paesaggista figurativa, in polemica con Burri e l'arte moderna, mi ha saputo valutare e incoraggiare ma, allo stesso tempo, insieme e in contrapposizione alla figura di zio Cesare, astratto amante di Le Corbusier e Sant'Elia, mi ha intimorito e bloccato nella mia pittura, incentrata allora su paesaggi urbani e prostitute: così ho smesso e verso i venticinque sono passato alla macchina da presa. Al Centro Sperimentale di Cinematografia ho avuto la fortuna di avere dei maestri come Rossellini e poi Francesco Maselli del quale sono stato aiuto regista. A contatto con loro, mi sono innamorato definitivamente dell'impegno nel sociale, occupandomi dei vari aspetti dell'emarginazione, sempre con quella vena ironica e autoironica che non mi ha mai abbandonato. Erano gli anni della contestazione del '68, Rossellini aveva spedito me e altri suoi allievi a Torino, a girare un documentario sulle occupazioni nelle fabbriche; in quel periodo sono cresciuto politicamente e culturalmente, e per molti anni ho seguito la strada del cinema e di certa televisione alternativa. Allo stesso tempo però, mi emozionavano le mostre d'avanguardia: sapevo che avevo interrotto la pittura perché non avevo trovato una chiave espressiva personale. Così, pur non smettendo mai con il cinema e la televisione, circa otto anni fa ho avvertito la necessità di tornare all'espressione pittorica. Ho ripreso uno degli ultimi miei quadri, una città-fabbrica sulla riva del mare. Il tema della disgregazione urbana - palazzi deserti, senza uomini - che avevo affrontato nel mio cinema-verità, usciva ora potentemente con scene tridimensionali anche in composizioni di origine pittorica: come l'installazione Ostia-Omaggio a Pier Paolo Pasolini, in cui confluivano le suggestioni cinematografiche di Antonioni, Pasolini e il Fritz Lang di Metropolis, in un assemblage di fotografia e assi di legno colorate. Un giorno, in un negozio ho trovato dieci grattugie: fu un'illuminazione, avevo trovato il simbolo per rappresentare i miei grattacieli, le mie periferie, le mie "fabbriche". La morte sociale, civile, la paura, l'angoscia esistenziale, le solitudini umane.

Tratti la grattugia come un elemento vivente, oltre che visivo, simbolico, tangibile e tridimensionale, più legato alla realtà rispetto alla stesura meramente pittorica: a cavallo tra pittura e ricostruzione ambientale cinematografica, la grattugia è quindi la tua sintesi espressiva ed esistenziale più assoluta.

Un giorno vorrò aprire le grattugie con un apriscatole, per trovare, in maniera minimalista, qualcosa che mi aiuti a capire ancora di più la società di oggi.

Le grattugie sono piene di buchi provocati dall'uomo; quando ci si sfrega su una grattugia ci si fa male veramente, vengono via i brani di carne. Il buco della grattugia è per te anche una mancanza, un'assenza che provoca un dolore lacerante, è questo il nesso tra la grattugia in sé e ciò che per te rappresenta?

Sono stato a New York e sono salito sull'Empire State Building: ho visto milioni di grattugie! Un vespaio che mette paura, che non ha rapporto con l'uomo. È la vita che ti gratta dentro; i buchi della grattugia sono tutti gli eventi tristi della vita: la solitudine, l'alienazione, la paranoia, la mia ulcera perforata. Se chiedi aiuto da una finestra di un grattacielo, non ti sente nessuno.

È come se il grattacielo entrasse dentro di noi e grattasse la nostra umanità, la nostra vita, la bellezza della vita. Un genocidio di massa, come diceva Pasolini. Per questo forse le tue grattugie mantengono il colore dell'acciaio, che produce anche eccezionali riflessi di luce e sfumature. Però le tue grattugie sono anche smaltate. Come intendi il colore sulle grattugie?

Qualcuno dice che sono riuscito a colorare la tristezza. Credo che sia così.

 

Intervista a cura di Cristina Ruffoni

Il lavoro artistico di Massimo Antonelli cerca d’indagare ed interpretare la realtà esistente. Al di là di ogni singolo lavoro, sono il pensiero e la ricerca di Antonelli ha creare una continuità di visione e di riflessione. La scoperta dell’oggetto (la grattugia), il prelievo, e la sua espansione come modulo che invade l’ambiente hanno dilatato il processo di percezione e la sua posizione critica verso il mondo. Alcune sue strutture che sono riconducibili alla città ad esempio New York, non lo sono solamente per un fatto formale o estetico, ma per l’interesse sempre manifestato dall’artista per l’architettura intesa come proiezione intellettuale che tende ad un mondo migliore. L’arte contemporanea, da alcuni anni converge e si mescola con altri linguaggi come l’architettura e l’urbanistica. Una relazione e un confronto tra artisti, architetti, filosofi, urbanisti con un rinnovato impegno di analisi e polemica politico-sociale. Massimo Antonelli ha anticipato questa tendenza sia come regista cinematografico e parallelamente come artista visivo. Il riferimento a Marcel Duchamp è quasi obbligato ma il lavoro artistico di Massimo Antonelli è più vicino a Man Ray. I due artisti cercano di stabilire un contatto poetico con l’oggetto, scavalcando il suo momento pratico. Massimo Antonelli e Man Ray ridimensionano democraticamente il mito stesso della creazione che Duchamp fino alla fine ha alimentato. Il pane celeste o la scopa dipinta di Man Ray riconducono a la grattugia gialla o ai cestelli della lavatrice in colori diversi di Antonelli, oggetti che però, non vogliono ghermire o appropriarsi della realtà come per esempio nel caso di Jasper Johns, La ricognizione nel reale anche se precisa e lucida è sempre poetica in Massimo Antonelli. In questo artista convivono aspetti complementari e divergenti. L’utilizzo di Massimo Antonelli delle cosiddette “strutture primarie” ci sposta nell’area della “minimal art” (arte realizzata con mezzi minimi). E’ ovvio che le sue strutture non sono solo “pure presenze” ma anche Antonelli si avvale della serialità e dell’utilizzo di un modulo. E’ dalla ripetizione stessa che si deve e si può condensare una ragione, una risposta fisica o metafisica. Massimo Antonelli lascia libere le sue strutture di vagare per lo spazio, evocare significati lirici e scoprire nuove dimensioni, ma è sempre alla ricerca continua e spinto dalla volontà di trovare un senso alle sue opere. Massimo Antonelli regista, sceneggiatore e pittore nato ad Asmara nel 1942, molisano d’adozione, vive a Campobasso fino a vent’anni, poi si stabilisce e lavora a Roma. Tra il 1967 e il 1969 frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia sotto la guida di Roberto Rossellini. Collabora come aiuto regista a diversi lavori cinematografici e teatrali. Realizza come regista e sceneggiatore il film: “Tema di Marco” che vincerà la Targa “Leone d’Argento” nella sezione Stampa Estera alla 32a Mostra del cinema di Venezia. Tra il 1979 e il 2005 collabora con la Rai - Radio Televisione Italiana realizzando servizi televisivi e regie. Come “film-maker” realizza e produce film e film d’indagine. Dal 2002 ad oggi Massimo Antonelli espone in diverse personali e collettive, a Roma, Lugano, Napoli, Cremona e Lisbona, i suoi lavori sono presenti in numerose collezioni private e diversi Musei Italiani e stranieri.

Il critico d’arte Germano Celant ha sottolineato più volte il primato dell’architettura rispetto ad altre categorie estetiche e discipline artistiche. Molti artisti proiettano il loro lavoro nella dimensione dei grandi spazi. Basta pensare alla “Land Art” interventi artistici sul territorio o alle strutture nel cielo, grandi bolle trasparenti, dell’artista Saraceno che immagina città sospese nell’aria con la sostanza da lui elaborata l’”aereogel”. L’interesse all’urbanistica è strettamente legato ad una società in continua evoluzione. Nel tuo lavoro c’è sempre stato un coinvolgimento verso la condizione sociale ed umana del singolo individuo. Ma invece di sforzarti ad inventare dimensioni alternative e ambienti utopici più confortevoli, ti sei concentrato sulla vita reale delle persone nelle città, come per esempio nella tua ultima installazione al Museo Colonna con dei cilindri di lavatrici detti cestelli: “nuove periferie urbane ed extra urbane”. E’ come se volessi avvertire che non t’interessa la natura o l’ecologia e neppure ipotizzare spazi fantastici futuribili, è l’uomo che sopravvive isolato nel grattacielo della periferia su cui dobbiamo concentrarci.

Le Corbusier ha creato spazi diversi nella natura. Oggi non è più ipotizzabile. E’ vero non mi è mai interessato l’aspetto ecologico, la vera giungla è la periferia di Roma, dove continuo a tornare per capacitarmi del fatto di come si possa vivere in quell’inferno piuttosto che in campagna. Una volta quei posti erano occupati da boschi e campi. Ma non è nostalgia per un eden perduto ma empatia verso la condizione del singolo individuo. La lavatrice usata nella mia installazione è un simbolo. Dove si lavano i panni sporchi: le nostre coscienze e tutto è disgregato, fagocitato. A volte mi sembra ancora di sentire il grido della Magnani in “Mamma Roma” di Pasolini, lui aveva già previsto e capito tutto, tanto tempo prima di altri.

C’è sempre stato uno scambio cruciale tra arte figurativa e cinema silenzioso ma continuo. La pittura è assunta come documento estetico oppure è un film che vuole essere un immenso affresco. Basta pensare a Visconti o a Bertolucci. Il sogno di molti artisti è di poter fare un giorno un film: la sintesi di tutte le arti. Massimo Antonelli ha fatto l’uno e l’altro. Ed esiste un filo conduttore tra il suo lavoro visivo e quello cinematografico, che è rappresentato dai contenuti espressi, oltre che da una grande attenzione iconografica e di elaborazione dello spazio. Questo scambio continua?

Certamente a livello intellettuale e visivo lo scambio arte e cinema non è mai cessato per me. Umanamente invece provoca un dualismo che non riesco a risolvere, forse l’artista fugge in avanti e per il cinema rimane qualcosa d’incompiuto, qualcosa che devo trovare, forse solo per me stesso, non voglio dimostrare nulla agli altri.

Gli artisti che escono dall’ambito tradizionale della scultura o della pittura come nel caso di Massimo Antonelli e invadono l’ambiente, tendono ad accorciare il confine fra arte e vita, fino ad arrivare agli artisti che si sono prolungati nell’azione. Ma oggi secondo il tuo parere, ha ancora senso il rifiuto dell’artista di produrre “oggetti” in quanto mercificabili, oppure all’estremo opposto ritornare alla performance per vendere la propria immagine a caro prezzo?

Una frase di Andy Warhol rimane emblematica: “Gli artisti producono cose inutili che alcuni apprezzano e sono disposti a comperare”.

In Andy Warhol c’è la ripetizione nel quadro della stessa immagine fino a cinquanta, duecento volte. Qualcosa di simile al meccanismo ripetuto dei suoi film, dove la stessa inquadratura o la visione dello stesso oggetto veniva protratta per un tempo indefinito. La rivoluzione vera e propria è nella sostituzione dell’immagine dipinta con l’immagine fotografica. Questo distacco non ti accomuna certo a Warhol, ma anche nel tuo caso c’è l’ossessione e la ripetizione del medesimo oggetto: la grattugia.: Come la interpreti?

La grattugia è un “modulo” ma è anche un modo per poter essere infantile senza sensi di colpa, continuare il gioco sul serio. Non è feticismo e neppure un marchio di riconoscimento; Fontana non è solo il taglio.

Schifano guardava la realtà che riproduce nei suoi quadri come se fosse stato sempre dietro uno schermo o un finestrino di un’automobile. L’artificio e il vero si confondono. Chi ha inquadrato il mondo da un obbiettivo come interpreta la dimensione reale?

Schifano come molti altri artisti dell’avanguardia aveva anticipato un modo di fare arte con grande anticipo, mentre io ero distratto a fare cinema. Il cinema per lui era una lente d’ingrandimento. E’ così che il contenuto diventa mezzo espressivo.

Tra vent’anni si è ipotizzato un panorama per l’Italia molto simile al Brasile; un paese diviso tra una minoranza sempre più ricca e una maggioranza sempre più povera. Lo Stato sarà costretto ad attingere alla Cultura, prima di toccare l’Istruzione o la Sanità, come il nostro Governo sta già facendo. Come si colloca l’artista in questo contesto e il ruolo di Massimo Antonelli?

Una volta credevo nel Socialismo reale, oggi non più. La vera unica rivoluzione nasce dal singolo individuo e dalle sue scelte, dall’esempio di ognuno di noi. Sono un anarchico, ma che vuole creare non distruggere, assumendomi le mie responsabilità fino in fondo. E poi salviamo i dubbi, non ho mai creduto nelle certezze assolute di nessun tipo.

Nella didattica scolastica per chi si occupa d’arte e di estetica non pensi sia necessario aggiungere oltre alla Storia dell'arte anche la Storia del Cinema per studiare i grandi capolavori e i registi di questo secolo?

Ho sempre tentato di fare qualcosa di concreto in proposito con scarsi risultati. Se solo si capisse l’importanza del cinema non solamente come storia, linguaggio e valore artistico ma soprattutto come di un mezzo capace di aprire la mente; a questo proposito Lattuada credeva che se un giorno una pellicola fosse costata come un rasoio elettrico o una penna stilografica, sarebbe stato un passo decisivo verso la vera libertà. La cosa buffa, paradossale, è che oggi tecnologicamente e come costi si è arrivato a questo ma per completare quel sogno manca una storia da raccontare. Almeno io la cerco ancora.