Massimo Antonelli

 

"Il giorno della grattugia" - Claudia Lodolo
 

 

Che la grattugia di Massimo Antonelli rappresenti metaforicamente l’abitazione è un dato certo. Ma quale abitazione? Non certo un’abitazione organica come la casa sulla cascata di Wright. Al contrario si potrebbe subito definire anti-organica, una prigione, un alveare. Le grattugie di Massimo Antonelli sono le periferie come Scampia e il Corviale, con le loro alienazioni, i disagi e le sofferenze; sono l’Unité d'Habitation di Le Corbusier dove tutto è organizzato, previsto, studiato e progettato. Sono “macchine” per abitare.

Ma sono anche le New York, Manhattan, le metropoli brulicanti di impiegati e uomini indaffarati, prigionieri dei propri affari; sono i quartieri alti, i condomini di viale delle Milizie, e delle eleganti palazzine belle epoque con inquilini perbenisti e benpensanti; sono i villini di via del Papavero e del viale dei Tigli dove, in contrapposizione ai nomi naturalistici, l’uomo interviene devastando l’ambiente e la natura, cercando di riparare dedicando ai fiori la toponomastica… Ma sono sempre palazzi, con buchi al posto delle finestre. Palazzi che, come le grattugie, grattano, fanno male, chiudono gli abitanti in prigioni fisiche o mentali.

Poi c’è la curiosa, enorme grattugia rossa Fermata d’autobus che non è un palazzo, è un luogo dove passa il bus, ma lo stesso bus non è che un’altra grattugia con le ruote che porta in giro gli uomini da un palazzo all’altro.  Così come le automobili, tante piccole grattugine incastrate in una fra le più grosse idiozie umane: il traffico.

Che questa sua frenetica produzione di grattugie sia un grido di orrore su ciò che l’uomo costruisce e su come vive è evidente. Ma chi abita dentro le grattugie? Uomini senza contatti umani in condomini spaesanti, uomini nel degrado delle periferie, uomini in blocchi di cemento che soffocano di lavoro, uomini borghesi dietro la facciata del perbenismo… Il suo grido di orrore vuole stimolare una rottura, un’uscita da questi schemi e infatti da metalliche diventano di creta e si plasmano, si contorcono, si spaccano, crollano…

Per capire meglio tutto ciò, è importante conoscere la personalità di Massimo Antonelli, un personaggio che da sempre si è battuto per non restare intrappolato negli schemi della società, che ha cercato di evadere dalle abitudini familiari, prima, e dalle regole del lavoro dopo.

Antonelli si è sempre rifiutato di vivere in una grattugia, sia architettonicamente che mentalmente. Il suo bisogno di spazio e di libertà lo hanno portato a dedicarsi ad una cospicua e varia produzione artistica che ruota tutta intorno all’elemento metaforico. Forse ne è lui stesso rimasto imprigionato. Ma lo ha fatto e continua a farlo per denunciare la comune abitudine alla ripetitività, alle tradizioni mai contraddette, agli standard di vita a cui molti sono assoggettati.